L’Italia può creare 200.000 nuovi posti di lavoro applicando la nuova informatica nelle industrie, nelle amministrazioni e nella vita quotidiana. Se lo vorremo, e se sapremo innovare e accettare cambiamenti, potremo creare nei prossimi anni molte nuove imprese esportatrici, rinnovare profondamente la nostra società e trasformare in vantaggio il relativo ritardo che oggi abbiamo nel settore informatico. Ma a quali condizioni e in quali direzioni?
Oggi l’informatica italiana ha ricavi di 20 miliardi di Euro, meno di 2% del nostro Prodotto Interno Lordo; il numero equivalente per Francia, Germania e Inghilterrra è 3,3% del PIL di ciascun paese; gli Stati Uniti d’America sono i primi in classifica, con una quota informatica sul PIL di 4,1%.
Siamo dunque secondi, e con buon distacco, dal gruppo di testa. Ma essere secondi non è sempre uno svantaggio incolmabile: lo è se il terreno continua uguale e gli altri concorrenti continuano a godere degli stessi vantaggi competitivi che li hanno portati davanti a noi. Quando invece cambiano le regole del gioco, e si passa ad esempio dalla pianura alla salita dura, si creano le occasioni che il ciclista scalatore attendeva per riavvicinarsi e superare i “passisti”. Oggi nel mondo economico molto sta cambiando. E tutto è cambiato, quasi silenziosamente, nel mondo della tecnologia e del suo utilizzo.
E’ quasi superfluo ricordare che siamo solo all’inizio di un lungo processo di correzione e riassorbimento degli eccessi finanziari dell’ultimo decennio, durante il quale sono stati creati e collocati strumenti di nuove razze, collettivamente chiamati derivati, per un ammontare nominale stimato in 600.000 miliardi di dollari, cioè 50 volte il PIL americano (e quindi 12 volte il PIL mondiale...). La dimensione del fenomeno, che sembra aver colto di sorpresa le autorità e gli esperti, metterà a dura prova i bilanci degli stati, delle banche e degli investitori per anni a venire. Le conseguenze sulle imprese, anche informatiche, saranno importanti e cominciano solo ora a manifestarsi.
Ma anche la tecnologia, ed il suo utilizzo, sono sostanzialmente cambiati in questi anni: si sono affermati importanti standard tecnici, nelle reti di comunicazione, nei calcolatori di servizio e di transito, e nei computer personali e portatili – anche il telefono cellulare è ormai un computer multifunzione; si sono diffusamente sperimentati nuovi modelli di comunicazione individuale e di gruppo, nuove modalità di acquisto, di promozione e di pubblicità, nuovi servizi informativi e di intrattenimento; si può comunicare ad alta, crescente velocità (la cosiddetta “larga banda”) con potenti dispositivi fissi e mobili. Il video, in tutte le sue forme, è arrivato a importanti, innovativi utilizzi.
Di pari passo, giovani e giovanissimi si sono impadroniti con entusiasmo e facilità straordinaria dei nuovi strumenti, resi ormai disponibili a prezzi accettabili. E molte persone meno giovani, in numeri crescenti, anche se più lente e impacciate, hanno ormai superato la soglia della “prima alfabetizzazione” informatica.
Ecco dunque l’opportunità per l’Italia: accelerare la diffusione delle applicazioni informatiche e telematiche, crearne di nuove, più coerenti con il nostro patrimonio culturale, con le nostre doti native, con il nostro stile di vita, non banalmente schiacciate sui modelli statunitensi.
In tutti i settori, pubblica amministrazione compresa, l’Italia può creare idee e applicazioni che potranno essere esportabili, contribuendo a diffondere “the Italian way of life” e la nostra cultura. Penso in particolare ai grandi temi della salute, dell’arte e delle antichità, dell’intrattenimento e del comunicare; penso anche alle nostre imprese del “made in Italy” e dell’ “Italian style”; penso infine alla nostra millenaria tradizione nelle attività liberali e nelle professioni, nelle quali infinita è la possibilità di applicazione innovativa delle nuove tecnologie, che si innesterebbero su competenze ed esperienze uniche e distintive.
Ma da dove partire per un rinnovamento così profondo e ambizioso? E a che condizioni può esso diventare fattibile? Un dibattito esteso, con contributi da più discipline, potrà dare risposte a queste complesse domande.
Riguardo alle tecnologie di base, due mi sembra debbano essere i cardini e le fondamenta: la larga banda e la televisione. Acceleriamo i programmi di attuazione e diffusione delle tecnologie di comunicazione a larga e larghissima banda, creando opportunità competitive per tutte le tecnologie concorrenti. Acceleriamo anche i programmi di realizzazione e diffusione delle tecnologie video e televisive interattive, agevolando la interoperabilità dei mezzi e dei dispositivi ed il commercio dei contenuti – ciò che presuppone un adeguato, lungimirante riconoscimento della proprietà intellettuale.
Nel contempo, acceleriamo l’informatizzazione delle nostre imprese e della nostra pubblica amministrazione, a tutti i livelli, procedendo alle fondamentali attività di semplificazione legislativa e procedurale che sono la premessa di ogni innovazione di successo. Facendo questo, e di pari passo liberalizzando e diminuendo i vincoli all’intraprendere ovunque ciò sia possibile, metteremo in moto le straordinarie, latenti energie innovative del nostro Paese anche sul fronte delle applicazioni informatiche e creeremo nuove imprese esportatrici.
Alvise Braga Illa
Presidente TXT e-solutions
Vicepresidente Assinform
Milano, 12 gennaio 2009
Le proposte qui espresse rappresentano l’opinione dell’Autore.